Il decreto introdusse elementi di pesante rottura rispetto ai principi ispiratori del servizio sanitario nazionale, in tre direzioni: aziendalizzazione, regionalizzazione, privatizzazione.
L’aziendalizzazione della gestione trasformò le Unità sanitarie locali (Usl) da organizzazioni gestite dai Comuni ad aziende pubbliche controllate dalle Regioni (Asl) e consentì di scorporare gli ospedali dalla gestione diretta delle Asl, costituendoli in Aziende ospedaliere autonome, permettendo così la separazione fra ‘compratori’ e ‘produttori’ di prestazioni sanitarie.
A sua volta, la nuova regionalizzazione del sistema, intesa in senso ben lontano dall’auspicato decentramento democratico e priva di una efficace guida politica coerente con le linee della riforma del ‘78, ebbe l’effetto di irrigidire il vincolo di bilancio delle Regioni rispetto alla spesa sanitaria, in quanto trasferì loro la responsabilità di far fronte con risorse proprie a eventuali eccessi di spesa oltre ai trasferimenti statali, in cambio di più ampie competenze sull’organizzazione e sul funzionamento dei servizi.
La privatizzazione, di cui il nefasto articolo 9 del decreto era manifestazione, attribuì alle Regioni la possibilità di disporre l’uscita volontaria di parte dei cittadini dal SSN verso mutue professionali, aziendali, volontarie o assicurazioni private con il compito di provvedere all’erogazione, in tutto o in parte, dei livelli uniformi di assistenza.