I sussidi alle fonti fossili sono incentivi pubblici che possono assumere forma diretta o indiretta, ad esempio pagamenti diretti, agevolazioni fiscali o permessi di emissioni, che abbassano artificialmente il prezzo delle fonti fossili e dei loro prodotti derivati.
Lo scopo sarebbe quello di calmierare il prezzo di alcuni beni per aiutare le famiglie meno benestanti.
Pensiamo ad esempio ai 350 miliardi di dollari che i governi dell’Unione Europea hanno speso durante la crisi energetica per ridurre i costi delle bollette, tra iva ridotta sul gas, tagli alle accise sui carburanti e sostegni alle imprese energivore.
Il problema è che questi incentivi prolungano artificialmente la vita di carbone, petrolio e gas, contribuendo a alimentare la crisi climatica.
In particolare, come affermano le realtà firmatarie della lettera aperta uscita il 2 ottobre, i sussidi pubblici alle fonti fossili “distorcono la domanda di energia, perpetuano la dipendenza da fonti energetiche inquinanti e minacciano la sicurezza energetica europea, oltre a fornire sussidi a industrie che contribuiscono significativamente alle emissioni climalteranti”.
L’IPCC ha stimato nel Sesto Report di Valutazione che eliminandoli si potrebbero ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 10% entro il 2030.
Noi chiediamo maggiore trasparenza nella quantificazione dei sussidi alle fonti fossili, dato che c’è molta opacità nelle stime sia a livello europeo che dei vari governi.
Ma soprattutto chiediamo che questi fondi vengano reindirizzati nella transizione alle rinnovabili a beneficio delle persone.
Per esempio sussidiando le pompe di calore e interventi di isolamento delle case, che contribuirebbero a ridurre enormemente le spese di riscaldamento delle famiglie.