Si trattava, all’epoca, di un metodo molto vantaggioso per i lavoratori, perché tendenzialmente il salario tende ad aumentare nel corso degli anni, raggiungendo una somma più alta rispetto a quella iniziale.
In questo modo, anche se per buona parte della loro vita lavorativa avevano percepito uno stipendio medio, uno scatto di anzianità o una promozione negli ultimi anni di lavoro garantiva loro una pensione più elevata.
Purtroppo, il sistema previdenziale italiano non poteva, già all’epoca, continuare ad erogare pensioni non proporzionali al valore dei contributi versati.
Il metodo retributivo si basa su tre elementi: anzianità contributiva, quindi gli anni di contributi versati; la retribuzione e/o il reddito; un’aliquota di rendimento, pari al 2% del reddito medio annuo.
Il sistema di calcolo si divide in due modalità, definite quote: quota A: anzianità contributiva al 31-12-1992, media dei redditi degli ultimi 5 anni per i lavoratori dipendenti e degli ultimi 10 per i lavoratori autonomi; quota B: anzianità contributiva dal 1-1-1993, media dei redditi degli ultimi 10 anni per i lavoratori dipendenti e degli ultimi 15 per i lavoratori autonomi.
Il metodo contributivo si basa, come suggerisce la parola, sui contributi versati dal lavoratore.
Per calcolare la pensione con il metodo contributivo, quindi, basta fare una semplice operazione: 2% di € 30.000 (ipotesi di reddito medio annuo) x 40 (ipotesi di anzianità contributiva) = € 24.000.