La proposta prevede che, dal 2026 al 2028, il requisito anagrafico resti invariato, evitando così l’aumento previsto nei prossimi aggiornamenti. Si tratterebbe di una pausa temporanea, non di un cambiamento strutturale del sistema: la norma, infatti, non abolirebbe il meccanismo, ma lo sospenderebbe per tre anni.
Un’opzione che potrebbe rendere più accessibile l’uscita dal mondo del lavoro per molti italiani, soprattutto in un contesto in cui l’aspettativa di vita continua a salire grazie ai progressi sanitari e al miglioramento della qualità della vita.
Fermare l’adeguamento automatico ha un impatto diretto sulla spesa pubblica.
I problemi demografici A questi si aggiunge il fattore demografico: l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite rendono sempre più complesso l’equilibrio tra entrate contributive e uscite pensionistiche.
Inoltre, le rivalutazioni legate all’inflazione aumentano ulteriormente la spesa complessiva per l’INPS.
Chi potrà andare in pensione nel 2025 e negli anni successivi dovrà, quindi, tenere conto di possibili modifiche normative, ma anche di scenari che potrebbero cambiare rapidamente.
Senza una riforma strutturale del sistema pensionistico, lo stop al collegamento con la speranza di vita rischia di essere solo una boccata d’ossigeno a breve termine.
La misura, se approvata, riguarderà tutti i lavoratori che matureranno i requisiti pensionistici nei tre anni compresi tra il 2026 e il 2028.
In questo periodo, l’età minima per il pensionamento resterebbe congelata ai livelli attuali, evitando l’aumento dovuto all’incremento dell’aspettativa di vita.
Ciò significa che l’età pensionabile potrebbe tornare ad aumentare nei successivi aggiornamenti ISTAT.
È possibile, il blocco temporaneo, se non accompagnato da una riforma strutturale, potrebbe spostare gli oneri sulle generazioni più giovani.
La sostenibilità del sistema previdenziale dipende da un equilibrio tra età pensionabile, contributi versati e durata media della pensione.