Solamente nel primo caso viene erogato un assegno di disoccupazione, che si chiama Naspi.
In caso di dimissioni non sempre si può ottenere un’assistenza sociale, infatti lo Stato intende aiutare solamente chi si trova in una situazione di difficoltà per motivi che non dipendono dalla sua volontà, ma da una reale necessità.
L’Inps con la Circolare 94/2015 considera “giuste cause” per un licenziamento le seguenti motivazioni:
mobbing, comportamento ingiurioso del superiore nei confronti del dipendente, richiesta di effettuare operazioni illecite, molestie sessuali del datore di lavoro nei confronti del sottoposto, demansionamento, cioè una diminuzione delle mansioni richieste, tale da pregiudicare la carriera professionale, mancato pagamento dello stipendio, o effettuato in ritardo, non sono stati versati i contributi, dovere subire un’ingiustizia senza potersi difendere: litigio con i colleghi che non può essere evitato a causa dell’inferiorità gerarchica o dovuto all’inferiorità numerica.
Nel posto di lavoro deve essere garantita la salute sia fisica che psichica, nel momento una delle due venisse a mancare, il lavoratore può legittimamente licenziarsi ricevendo successivamente la disoccupazione.
Oltre alla perdita di lavoro involontaria, o per giusta causa, è necessario avere altre due caratteristiche per poter ricevere l’assegno di disoccupazione:
un requisito lavorativo: è necessario avere lavorato per almeno 30 giornate effettive nei 12 mesi che precedono l’eventuale periodo di disoccupazione, un requisito contributivo: avere versato almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti al periodo di disoccupazione.
Inoltre, è necessario essere iscritti al Centro per l’impiego, dichiarando la disponibilità immediata a svolgere un’altra attività lavorativa, e partecipando alle misure di politica attiva concordate.