L’ISI (Imposta sugli Immobili) era una tassa che colpiva il possesso di beni immobili, applicata in Italia fino a pochi anni fa. La sua struttura si inseriva all’interno di un sistema fiscale che mirava a uniformare la tassazione sugli immobili, in particolare quelli ad uso abitativo e commerciale. L’imposta veniva calcolata sulla base del valore catastale degli immobili, un valore determinato dall’Agenzia delle Entrate che prendeva in considerazione una serie di parametri, come la posizione, le dimensioni e la destinazione d’uso dell’immobile. Il soggetto passivo dell’ISI era il proprietario dell’immobile, ovvero chi deteneva il diritto di proprietà, anche se l’imposta si applicava anche nel caso di usufrutto o locazione. L’ISI aveva una doppia funzione: da un lato, rappresentava un modo per il fisco di raccogliere risorse sui beni immobili, uno degli asset principali di molti cittadini italiani; dall’altro, permetteva al governo di regolare il mercato immobiliare attraverso una tassa che rifletteva parzialmente il valore di mercato degli immobili. Un aspetto importante dell’ISI era che, pur essendo legata al possesso, l’imposta contribuiva indirettamente anche al controllo della speculazione immobiliare, in quanto determinava un carico fiscale sulla base del valore catastale.
L’ISI consentiva quindi un equilibrio tra tassazione locale e nazionale, con i comuni che gestivano l’aliquota e il valore da applicare, pur dovendo seguire le normative generali stabilite a livello centrale. L’imposta veniva riscossa annualmente e rappresentava una delle principali fonti di entrate per il sistema fiscale italiano. Con l’introduzione di modifiche nella legge di bilancio, l’ISI è stata progressivamente sostituita da altre imposte, come l’IMU (Imposta Municipale Unica), che ha preso il suo posto, creando una nuova struttura di tassazione sugli immobili.