Il fatto di svolgere lavoro in nero costituisce un illecito solo per il datore di lavoro, non anche per il dipendente.
Chi percepisce redditi in nero e non li dichiara può subire un accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Il dipendente che percepisce lo stipendio in nero e, nello stesso tempo, risulta percettore dell’assegno di disoccupazione o di altri contributi statali o comunali rivolti ai disoccupati può essere incriminato penalmente.
In tali ipotesi può scattare il reato di falso in atto pubblico per le dichiarazioni menzognere rilasciate all’Inps e agli altri enti pubblici, punito con la reclusione fino a 2 anni.
Il lavoratore in nero non percepisce i contributi previdenziali che sono necessari per accedere un giorno alla pensione, alla disoccupazione e ad altri ammortizzatori sociali.
Questo significa che, se non farà causa al datore per ottenere la regolarizzazione del contratto con effetto retroattivo, si vedrà “scoperto” il periodo lavorativo e non potrà ricostruirlo in un momento successivo.
Quindi il suo diritto alla pensione, così come a un eventuale assegno di disoccupazione (Naspi) potrà essergli negato.
A tal fine però egli ha 5 anni di tempo dalla cessazione del rapporto di lavoro per agire contro il datore e chiedere le differenze retributive con versamento di tutti i contributi Inps.