La logica è chiara: tutelare la dignità dei lavoratori e, allo stesso tempo, mettere un freno a quella sottrazione di risorse fiscali e contributive che il sommerso produce, minando la sostenibilità del sistema.
Il nuovo regime sanzionatorio, infatti, non lascia spazio a interpretazioni: chi viene sorpreso a impiegare lavoratori non regolarizzati rischia multe che, in base alla durata dell’impiego irregolare, possono arrivare fino a 43.200 euro per lavoratore.
Ecco allora che il messaggio lanciato dal Governo italiano appare chiaro e inequivocabile: la stagione del “si è sempre fatto così” è finita.
La lotta al lavoro in nero non è solo una questione di numeri o di sanzioni, ma rappresenta la cartina di tornasole di un Paese che vuole cambiare passo, scommettendo su trasparenza, equità e responsabilità.
Una vera e propria svolta, che non si limita ai proclami, ma si traduce in numeri concreti: +17% di ispezioni e +20% di irregolarità accertate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
I controlli sui lavoratori in nero si siano concentrati, quasi chirurgicamente, su quei comparti storicamente più vulnerabili alle derive dell’irregolarità.
In prima linea il comparto edilizio, dove la prevalenza di impieghi temporanei e non dichiarati ha rappresentato, da sempre, una vera spina nel fianco.
A seguire, il settore agricolo, teatro di una massiccia presenza di manodopera stagionale spesso priva di tutele.
Non meno critico l’ambito turistico, in cui la tendenza all’assunzione “in nero” di personale stagionale resiste ostinatamente alle strette normative.
E infine, il delicato settore dell’assistenza domestica, dove l’assenza di un contratto rimane una prassi diffusa e difficilmente scardinabile.