Paris Hilton è la Lydia Bennett che possiamo permetterci in questo sgangherato 2023, ma se l’appena uscito diario-confessione «Paris: The Memoir» non è ovviamente «Orgoglio e pregiudizio», resta comunque una testimonianza interessante per capire come l’inventrice, di fatto, dell’idea stessa di «influencer» trasformata poi in oro da imprenditrici più abili di lei a utilizzare i social media, sia rimasta clamorosamente spiazzata dalla sua invenzione.
Perché prima di Kim Kardashian e le sue sorelle e di tutte le altre giovani donne capaci di trasmettere le loro vite «aspirazionali» in tempo reale via social media, c’era Paris Hilton.
Nei primissimi anni 2000 l’erede dell’impero alberghiero formulò il modello di business dell’influencer, o almeno ne espose le premesse: creare un «personal brand» basato sulla propria bellezza, lo stile di vita da miliardaria, Los Angeles e gli aerei privati, utilizzando Internet per diffonderlo esponenzialmente nel mondo.
È un po’ come se Enzo Ferrari avesse inventato i suoi bolidi prima dell’invenzione della ruota — le Kardashian, arrivate dopo di lei, molto meglio di lei riuscirono a utilizzare i social come moltiplicatore della propria immagine.
È interessante leggere oggi Hilton, mamma 42enne, baby-pensionata del selfie, perché davvero creò il suo brand con spaventoso istinto per ciò che funziona online ma anche con altrettanto spaventosa incapacità di distinguere tra il trash e tutto il resto.
Incapacità che affascina perché le rampanti Kardashian, nate da famiglia normalmente benestante nella San Fernando Valley cioè dal lato sbagliato delle colline di Hollywood, hanno fatto tesoro di tutti gli errori di Paris Hilton che nel mondo aspirazionale delle sorelle armene ci è nata — bionda, alta, magra, occhi azzurri, Beverly Hills, il nome già famoso nel mondo.